Birrificio Messina, al via la produzione

Il suono di un sogno che si realizza è lo schioccare di un tappo. Non un tappo qualsiasi. Quello delle prime bottiglie di Birra dello Stretto e DOC 15, i primi due marchi made in Birrificio Messina, dal 26 ottobre finalmente in vendita. L’attesa è stata tanta, condita da aspettative e illusioni, speranze e duro lavoro, ma ne valeva la pena, e oggi si può ben dire, per la città e i 15 messinesi che da operai in cassa integrazione si sono trasformati in imprenditori, destinando il proprio Tfr in questa impresa.
La Fondazione di Comunità di Messina ha fatto la propria parte in questa storia. Il 29 luglio, il giorno dell’inaugurazione dello stabilimento Birrificio Messina, eravamo tutti in prima fila ad applaudire l’impegno dei 15 soci fondatori. Oggi siamo qui a stappare e a brindare a un nuovo capitolo di una storia d’identità e impegno. E guardando l’etichetta quasi ci commuoviamo a vedere il nostro logo e il marchio TSR, che certifica il rispetto dei processi di responsabilità sociale dei territori durante la produzione. Perché poi, in fondo, le parole che sintetizzano questa storia sono proprio queste: responsabilità sociale e territorio. Ecco perché.

LA STORIA

Risale al 1923, con l’avvio della produzione della Birra Messina da parte della famiglia Lo Presti-Faranda, la nascita della tradizione produttiva birraia nella città dello Stretto. A fine anni ’80 l’azienda viene acquistata dalla Dreher a sua volta poi acquisita dall’Heineken che fa di quello di Messina uno degli stabilimenti di punta in Europa (80 dipendenti nel periodo di massimo fulgore) con quote di produzione che arrivano anche a 600 mila di ettolitri l’anno. In quel periodo lo stabilimento messinese vince per cinque anni di seguito il premio per la migliore produttività di Heineken Europa. A fine anni ’90 Heineken decide di trasferire in Puglia il grosso della produzione, continuando però a imbottigliare in parte a Messina. Ma i costi di trasporto sono troppo alti.

Nel gennaio 2007 Heineken annuncia che lo stabilimento di Messina cesserà le proprie attività produttive e trasferirà i dipendenti nelle sedi sparse in tutta Italia. Dopo qualche settimana dall’annuncio della chiusura, e molte proteste dei lavoratori, si candidano all’acquisto gli eredi della famiglia Faranda, già prima proprietaria della birreria; le trattative si protraggono per un anno e si concludono con la cessione del ramo di azienda. Le maestranze allora occupate si impegnano a trasferire il loro Tfr dalle casse Heineken a quelle della società che subentra (Triscele srl). Heineken non cede però il marchio Birra Messina che produce tutt’oggi e il nuovo birrificio (Triscele Srl) lancia due nuovi marchi di birra, Birra del Sole e Patruni e Sutta.

La domanda di mercato rimane alta, ma da un certo momento in poi i proprietari contraggono la produzione, sostenendo che per tenere il passo serve un ammodernamento degli impianti. Inoltrano così la richiesta di autorizzazione per edificare in un’area più grande nella zona industriale di Messina ma allo stesso tempo chiedono il cambio di destinazione d’uso del vecchio stabilimento a ridosso del centro con l’idea di farne palazzine da vendere. Il processo si accompagna a una continua riduzione della produzione a fronte di una tenuta della domanda. Gli operai cominciano a sospettare che questi movimenti nascondano una speculazione immobiliare più che un rilancio della produzione e si attivano perché sullo stabilimento del centro la Regione ponga il vincolo di interesse storico ed etnoantropologico. Il vincolo viene posto. In questo modo l’operazione di abbattimento del vecchio stabilimento si blocca, ma la crisi si conclama e dopo un anno e mezzo di durissima protesta dei lavoratori che presidiano gli stabilimenti giorno e notte, la Triscele Srl decide di terminare la produzione avviando le procedure per il licenziamento collettivo degli operai che finiscono in lista di mobilità.

IL NUOVO INIZIO

La svolta, invece, è lunga appena tre anni. I quindici ex dipendenti Triscele scelgono di ripartire, di non restare nei percorsi assistenziali, di tornare alle loro professionalità in forma cooperativa. E fondano il Birrificio Messina nell’estate del 2013. Sin dall’inizio di questo nuovo percorso, la Fondazione di Comunità di Messina è al loro fianco. Insieme, Fondazione e Cooperativa, realizzano una pianificazione economico-finanziaria del nuovo Birrificio rigorosa e credibile, tanto che la Fondazione riesce a coinvolgere investitori e finanza specializzata attraendo per il Birrificio circa tre milioni di euro di euro. Cifra, questa, necessaria per integrare il capitale proprio dei 15 lavoratori, che destinano alla cooperativa il proprio TFR e la rimanente parte dei fondi relativi alla lista di mobilità, e per coprire il fabbisogno del nuovo start-up (capannoni, impianti, materie prime etc). Nella logica dell’economia civile che guarda ai mercati come beni relazionali la Fondazione lancia un piano di comunicazione sociale finalizzato ad attivare un fondo partecipativo, oggi trasferito come capitale sociale della cooperativa, e attiva una domanda locale che “sceglie la propria birra” perché di qualità, perché a prezzi competitivi e perché restituisce lavoro e dignità a 15 propri conterranei. La campagna genera ordini per oltre 65mila ettolitri a produzione non ancora avviata. Nel piano d’impresa, simili volumi di vendita erano previsti a regime, dal quarto anno di attività del Birrificio. Le risposte sono, dunque, ben al di sopra delle previsioni del piano di impresa: le richieste arrivano non solo dall’area dello Stretto, ma anche dall’Australia, dall’America e dall’Est europeo.

Partecipano all’iniziativa soggetti della finanza etica e della finanza specializzata del panorama nazionale: CFI – Cooperazione Finanza Impresa con 300 mila euro, tra capitale sociale e leva finanziaria; Coopfond, la società che gestisce il Fondo mutualistico per la promozione cooperativa alimentato dalle cooperative che aderiscono a Legacoop, con  300 mila euro; IRCAC ha destinato 500 mila euro; la Fondazione di Comunità di Messina ha versato 60 mila euro come quota di capitale sociale in qualità di socio sovventore e ha prestato fideiussioni per 260.000 euro; la BCC Antonello da Messina ha finanziato 160 mila euro; SEFEA ha versato 100.000 euro; Finvalv Srl, finanziaria del gruppo Valvitalia di Salvatore Ruggeri, imprenditore messinese che decide di sostenere un progetto di riscatto della sua terra d’origine, delibera altri 250 mila euro come quota di capitale sociale. Chiudono il quadro un finanziamento ai sensi della Legge Marcora anticipato da Banca Popolare Etica per 200.000 euro e i 600 mila euro erogati da Banca Unicredit. Tra gli istituti bancari il Birrificio ha anche il sostegno di Banca Sviluppo.

La collaborazione tra Birrificio e Fondazione segnalata nell'etichetta delle birre prodotte

La collaborazione tra Birrificio e Fondazione segnalata nell’etichetta delle birre prodotte

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